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Guida alpina su misto tecnico durante l'alpinismo invernale sulle Alpi Apuane

Il ghiaccio che scompare: l’alpinismo invernale sulle Apuane ai tempi del clima che cambia

Sono Carlo Alberto Montorsi, guida alpina. Quando racconto le Alpi Apuane a chi viene da fuori, la prima reazione è quasi sempre la stessa: sorpresa. Difficile immaginare che a pochi chilometri dal mare, sopra le spiagge della Versilia, esista un terreno di ghiaccio e misto capace di regalare salite serie. Eppure per anni è stato così. E per anni, in certi inverni, il calcare di queste montagne si è trasformato in qualcosa di completamente diverso: neve pressata, ghiaccio sottile, goulotte e bouchon di neve incastrata nei camini.

Oggi quel terreno esiste ancora, ma per finestre di tempo sempre più brevi. E c’è una domanda che ci poniamo sempre più spesso, tra guide e alpinisti di casa: quanto durerà ancora? Questo articolo non è una relazione tecnica né una guida a una via. È il tentativo di raccontare come sta cambiando il rapporto tra noi e queste montagne, usando come termometro proprio le vie di misto, quelle che più di tutte dipendono dal freddo.

Cosa rende speciale il misto delle Alpi Apuane

La particolarità delle Apuane è tutta nella loro posizione. Sono una piccola catena affacciata sul Mediterraneo, e questo crea un microclima unico: le nevicate umide abbondanti, seguite da qualche giorno di freddo, riempiono i colatoi e i camini, coprono le placche e trasformano le vie estive in itinerari di ghiaccio e misto. Le notevoli escursioni termiche fanno il resto, incollando la neve sulla roccia anche dove la pendenza sembrerebbe non permetterlo.

Cresta innevata delle Apuane settentrionali con vista sulle valli verso il mare

È un equilibrio delicato. Le condizioni possono formarsi in fretta e sparire con la stessa rapidità. Chi frequenta questo terreno lo sa bene: si tratta di leggere il meteo con attenzione maniacale, di essere pronti a partire nel giro di poche ore, e di accettare che una via desiderata possa restare inavvicinabile per stagioni intere. Il Pizzo d’Uccello, con la sua parete nord che rimane in ombra quasi tutto il giorno, è uno dei luoghi simbolo di questo alpinismo. Ma le linee di misto si sviluppano un po’ ovunque nelle Apuane settentrionali: sul Grondilice, sugli Zucchi di Cardeto, sul Pisanino, sul Monte Cavallo.

La stagione d’oro: il progetto “Ghiaccio salato”

C’è stato un momento in cui questo patrimonio è stato raccolto e messo nero su bianco. Giampaolo Betta, guida alpina e nostro collega, insieme a Matteo Faganello e Simone Faggi, ha firmato per Versante Sud una guida dal titolo perfetto: Ghiaccio salato. Ghiaccio e neve su montagne che guardano il Mediterraneo. Un lavoro nato da anni di esplorazione, di tentativi, di giornate e bivacchi gelidi passati a cercare le condizioni giuste.

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Le stagioni tra il 2005 e il 2009 furono particolarmente favorevoli. In certi momenti la parete si presentava con neve ben incollata e lunghi tratti percorribili con piccozze e ramponi. Erano condizioni che permettevano salite molto interessanti, ricordate ancora oggi con entusiasmo da chi le ha vissute. Chi c’era racconta di un misto apuano che nulla aveva da invidiare a terreni ben più blasonati e ben più alti.

Quando l’autore dice che il suo libro è ormai storia

Ed è proprio qui che la storia si fa amara. Perché quando a Faganello è stato chiesto se pensasse di essere riuscito nell’obiettivo di far conoscere queste montagne anche a chi viene da fuori, la sua risposta è stata tutt’altro che incoraggiante.

Ha detto di temere che il riscaldamento globale, negli ultimi dieci anni, abbia inciso pesantemente sull’attività alpinistica invernale. Che oggi le condizioni sufficienti per salire qualcosa si trovino solo più in alto. Al punto che quella guida, frutto di tanto lavoro, possa avere ormai soprattutto un valore storico.

È una frase pesante, se ci si ferma a rifletterci. Significa che molte di quelle vie di ghiaccio e misto, aperte a costo di stagioni intere di ricerca, rischiano di restare patrimonio del passato. Documenti di un alpinismo che c’è stato e che forse non tornerà.

La fisica è semplice, e impietosa

Non serve essere climatologi per capire il meccanismo. Per solidificare l’acqua servono zero gradi. Se la media delle temperature invernali si alza anche solo di un grado, portandosi sopra lo zero, diventa semplicemente improbabile che qualcosa si formi e resista. L’inverno non è più quello di un tempo: è molto più breve, e la media delle temperature è più alta.

E quando parliamo di “un tempo” non parliamo di secoli fa. Parliamo di appena quindici, vent’anni fa. La finestra utile per ripetere alcune linee si è ristretta drammaticamente, e continua a restringersi stagione dopo stagione. Questo non riguarda solo le Apuane: colpisce tutto l’arco alpino, ma qui, a quote modeste e a due passi dal mare, l’effetto si vede prima e si vede meglio. Le nostre montagne sono, in un certo senso, una sentinella. Ci mostrano in anticipo quello che accadrà altrove.

Le vie di roccia restano, quelle di ghiaccio sono ostaggio del clima

C’è un aspetto che trovo particolarmente significativo, e che dice molto di come stia cambiando il nostro rapporto con la montagna. Le vie di roccia, quelle estive, restano lì. Sempre uguali, pronte a essere salite come negli anni Quaranta. La Oppio-Colnaghi sulla nord del Pizzo d’Uccello, aperta nel 1940, si affronta oggi con lo stesso spirito e sullo stesso terreno di allora.

Arrampicata su goulotte di ghiaccio nelle Alpi Apuane, terreno sempre più raro

Le vie di ghiaccio e misto, invece, sono ostaggio di un clima che cambia. Alcune di quelle linee aperte da Betta e Faganello negli anni Duemila, semplicemente, non si potranno più ripetere. La roccia è permanente, il ghiaccio è effimero: e in questa differenza c’è tutta la fragilità dell’alpinismo invernale di fronte al riscaldamento globale. La nord del Pizzo d’Uccello non è solo un pezzo di roccia con sopra scritta una storia alpinistica. È anche un piccolo termometro di come stia cambiando il rapporto tra noi e la montagna.

Finché il freddo arriva, noi ci siamo

Tutto questo non vuole essere un necrologio. Il misto apuano, quando le condizioni si formano, regala ancora giornate straordinarie. Il punto è che quelle giornate vanno colte, perché sono sempre più rare e sempre più imprevedibili. Serve saperle riconoscere, serve muoversi in fretta, e serve saper valutare la sicurezza di un terreno che cambia carattere di ora in ora.

È esattamente il lavoro che facciamo come guide alpine. Conosciamo bene questo terreno, sappiamo dove e quando la neve si incolla, e possiamo accompagnare chi lo desidera a vivere il misto apuano in sicurezza, sfruttando le finestre buone quando arrivano. Se vuoi provare l’alpinismo invernale sul Pizzo d’Uccello, puoi dare un’occhiata alla nostra proposta di salita invernale al Pizzo d’Uccello. E se invece vuoi imparare a muoverti in autonomia su neve e misto, il corso di alpinismo invernale base, Modulo A, ti dà le fondamenta su neve e ghiaccio, mentre il corso avanzato, Modulo C, è dedicato proprio alle goulotte e alle vie di misto tecnico, il terreno di cui parla questo articolo.

Io, intanto, in attesa della prossima era glaciale, continuo a guardare quella parete nord accendersi di sole le prime ore del mattino, e a sperare che il prossimo inverno porti freddo. Quello vero.


Carlo Alberto Montorsi è guida alpina delle White and Blue Mountain Guides. Nel tempo libero realizza video divulgativi sull’alpinismo e sulle montagne di casa, le Alpi Apuane.

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