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Carlo Alberto Montorsi, guida alpina, davanti a una cresta rocciosa con il titolo Perché le montagne stanno crollando

Perché le montagne stanno crollando? Permafrost, acqua e gelo in alta quota

In breve: sì, le montagne crollano, ma non è una novità. Una parete non è un blocco compatto: è un sistema già tagliato da fratture, strati e piani di slittamento, e un crollo avviene quando una massa già delimitata perde equilibrio. Quello che sta cambiando è il contesto. Con il riscaldamento climatico la neve stagionale dura meno, lo zero termico sale, il ghiaccio dentro le fratture si scalda e il permafrost si degrada. Il caldo non inventa il crollo: accelera processi già in corso. Per chi va in montagna la conseguenza è concreta, saper leggere la stagione è diventata una competenza tecnica.

Le montagne sono sempre crollate

Negli ultimi anni, oltre ai ghiacciai in ritiro, abbiamo visto pareti che crollano, ghiacciai che collassano, colate di detriti che raggiungono il fondovalle, vie alpinistiche storiche che spariscono dalle guide.

E allora, le montagne stanno crollando?

La risposta breve è sì. Ma non è una novità.

Le montagne sono paesaggi vivi, in continua trasformazione. Quello che a noi sembra eterno e immobile è il risultato di milioni di anni di sollevamenti, fratture, gelo, disgelo, erosione, frane e crolli. Il punto quindi non è se crollano, ma perché oggi ci sembra che lo facciano più spesso e più in fretta.

Una parete non è un blocco compatto

Una grande parete può sembrare un unico blocco di roccia. In realtà una montagna è piena di fratture, strati, fessure e piani di slittamento.

La roccia in sé è molto resistente. La montagna nel suo insieme, invece, è spesso un sistema già tagliato e separato da superfici di discontinuità.

Un crollo avviene quando una massa rocciosa già delimitata dalle fratture perde equilibrio. Non si rompe dal nulla: era già predisposta.

La gravità tira. Le fratture separano. L’acqua entra. Il gelo lavora. Il caldo modifica. Quando le condizioni si combinano, il blocco parte.

Che cos’è il permafrost

Uno dei concetti chiave per capire i crolli in alta montagna è il permafrost. La prima cosa da chiarire è che il permafrost non è un ghiacciaio e non è semplicemente ghiaccio dentro la montagna.

Per definizione il permafrost è materiale, cioè terreno, detrito o roccia, che rimane a temperatura uguale o inferiore a zero gradi per almeno due anni consecutivi.

Nelle Alpi lo troviamo nei ghiaioni e nei versanti detritici, ma anche dentro le pareti rocciose. Dentro una parete non è visibile: quello che vediamo in superficie non dice quasi nulla di quello che succede a qualche metro di profondità.

Il ghiaccio nelle fratture non è cemento armato

Nelle fratture può esserci ghiaccio, e quel ghiaccio ha una funzione di stabilità: tiene insieme alcune parti della roccia. Ma non va immaginato come cemento armato.

Il ghiaccio cambia comportamento con la temperatura. Quando è molto freddo è rigido e resistente. Quando si avvicina a zero gradi diventa più deformabile, più sensibile all’acqua e alle pressioni.

Ecco il passaggio più importante da capire: una parete non diventa instabile solo quando il ghiaccio fonde, comincia a diventarlo già quando il ghiaccio si scalda.

Il ruolo dell’acqua nei crolli in alta quota

L’acqua è il protagonista nascosto dei crolli.

Quando piove, quando fonde la neve, quando il ghiaccio nelle fratture comincia a sciogliersi, l’acqua penetra più in profondità nella roccia. E fa diverse cose insieme:

  • trasporta calore dentro la montagna, molto più rapidamente di quanto faccia l’aria calda per conduzione
  • aumenta la pressione dentro le fratture quando rigela
  • può trasformare un crollo in qualcosa di più complesso, per esempio una colata detritica, un fiume denso di acqua, detrito e blocchi che scende verso valle

Non è mai un fattore isolato. C’è un’interazione continua fra caldo, ghiaccio, acqua e roccia.

Che cos’è il crioclastismo

Un altro processo importante è il crioclastismo, cioè la rottura della roccia causata dai cicli di gelo e disgelo.

Molti di noi lo hanno studiato a scuola: l’acqua entra in una fessura, congela, aumenta di volume e allarga la frattura.

In alta quota il meccanismo è ancora più efficace, perché l’acqua può penetrare molto in profondità, dove si sta già formando ghiaccio, e far salire parecchio la pressione interna.

Il ciclo, in quattro passaggi:

  1. L’acqua entra nelle fessure della roccia
  2. Il gelo la congela quando la temperatura scende sotto zero
  3. Il ghiaccio aumenta di volume e spinge verso l’esterno
  4. La pressione allarga la frattura e al disgelo la roccia si stacca

Lavora lentamente, stagione dopo stagione, preparando la montagna.

Crioclastismo e degrado del permafrost non sono la stessa cosa

Vale la pena distinguerli, perché spesso vengono confusi:

  • Il crioclastismo è un processo di degradazione della roccia legato al ciclo di gelo e disgelo
  • Il degrado del permafrost è il riscaldamento o lo scongelamento di roccia che era rimasta sotto zero per anni

Sono due fenomeni diversi, che però possono interagire e sommarsi sulla stessa parete.

Che cosa cambia con il riscaldamento climatico

In alta quota anche pochi gradi fanno una grande differenza, perché tutto è collegato.

  • Se una parete era stabilmente sotto zero e oggi passa sempre più tempo vicino allo zero, cambia il comportamento del ghiaccio nelle fratture.
  • Se le estati sono più lunghe e più calde, lo strato superficiale che disgela ogni anno può diventare più profondo.
  • Se la neve si scioglie prima, la roccia resta esposta più a lungo al sole.
  • Se aumentano gli episodi di pioggia intensa ad alta quota, l’acqua entra in sistemi di fratture che prima erano quasi sempre gelati.

Abbiamo visto tutti le immagini della parete nord del Cervino sotto una pioggia scrosciante, con una immensa cascata d’acqua che scendeva dalla cima alla base. A quelle quote non è un’immagine normale.

Lo zero termico, il numero da guardare

Lo zero termico è la quota alla quale la temperatura dell’aria in libera atmosfera raggiunge zero gradi. Se lo zero termico è a 5.000 metri, sotto quella quota l’aria è generalmente sopra zero, sopra quella quota è sotto zero.

Nella notte fra il 20 e il 21 agosto 2023 è stato registrato il record svizzero di quota dello zero termico in libera atmosfera, circa 5.300 metri, misurato da MeteoSwiss. Nel settembre dello stesso anno, alla Capanna Margherita, a 4.554 metri, la temperatura è rimasta sopra lo zero per quasi cinque giorni consecutivi.

Una porzione di roccia che cinquant’anni fa, a 4.000 metri, non aveva quasi mai visto temperature sopra lo zero, oggi può restare esposta per un’intera settimana alla temperatura di fusione dell’acqua.

Non conta solo il clima: geologia ed esposizione

Il clima non è l’unico fattore. Contano la geologia e il sistema di fratture, e conta molto l’esposizione.

I versanti esposti a sud ricevono più calore, e le temperature che fondono il ghiaccio raggiungono quote sempre più elevate.

Ma anche i versanti nord, meno abituati al caldo, con lo zero termico a quote elevate si trovano esposti a fusioni inusuali del ghiaccio che li teneva insieme.

Quattro crolli che aiutano a capire

Il Cervino e la cresta del Leone

Il Cervino è l’esempio più noto di crolli collegati al degrado del permafrost.

Nell’estate del 2003, durante la grande ondata di calore europea, si verificò un crollo sulla cresta del Leone. Poco sotto la capanna Carrel c’era un passaggio chiamato la Cheminée, il camino: era un imponente diedro, oggi trasformato in una placca e riattrezzato con corde fisse per consentire il passaggio delle cordate.

Dal 2007 sul Cervino sono stati installati sensori, termometri profondi fino a dieci metri e sistemi di monitoraggio, per capire che cosa succede dentro una parete con permafrost e fino a che punto possa penetrare il calore.

I risultati confermano un punto che vale la pena ricordare. Nelle pareti con permafrost i disgeli rapidi in profondità sono provocati soprattutto dall’acqua di fusione che penetra e trasporta calore verso l’interno della roccia. La sola temperatura elevata dell’aria scalda la parete più lentamente, per conduzione. L’acqua, invece, porta calore molto più rapidamente e molto più in profondità.

Negli ultimi anni il Cervino è stato teatro di altri crolli, anche più grandi, che però non hanno modificato in modo significativo il percorso della via normale: nell’agosto 2020, nell’agosto 2022 dalla Testa del Leone, nel settembre 2023. In più occasioni alpinisti impegnati sulla via normale sono rimasti bloccati alla capanna Carrel e, per timore di ulteriori crolli, sono stati evacuati in elicottero. In quei giorni il sindaco emise anche ordinanze per vietare l’accesso alla via.

Il Petit Dru e il Pilastro Bonatti

Il Petit Dru è un simbolo del massiccio del Monte Bianco. Sulla ripida parete sud ovest, nel 1955, Walter Bonatti salì in solitaria il suo celebre Pilastro: una linea mitica, un monumento dell’alpinismo.

Nel giugno del 2005 quel pilastro è fragorosamente scomparso. Un enorme crollo, quasi 300.000 metri cubi di roccia, ha cancellato definitivamente una delle vie più leggendarie delle Alpi.

Non è arrivato dal nulla. La parete del Dru aveva già subito grandi crolli nel 1950, poi nel 1997 e nel 2003, e dopo quello del 2005 ce ne sono stati altri nel 2011 e nel 2025.

Leggendo i libri dei grandi alpinisti si ritrova sempre la stessa osservazione: la parete era instabile, soggetta a scariche improvvise, vissuta con la paura costante di essere colpiti. Lo racconta Reinhard Karl nella sua ripetizione del Pilastro Bonatti, parlando di una cordata colpita da una scarica. Ne parla anche Andy Kirkpatrick, su un’altra via e in inverno, stagione in cui tutto dovrebbe essere più fermo e più sicuro, descrivendo parecchie lame instabili.

Il Dru fa capire bene che le montagne cambiano anche davanti agli occhi degli alpinisti. La degenerazione di questa parete non è attribuita al cambiamento climatico, ma a caratteristiche preesistenti. Detto questo, uno zero termico alto e prolungato ne incrementa l’instabilità, perché priva le fratture del permafrost rimasto.

Il Pizzo Cengalo e la frana di Bondo

Un caso molto più drammatico è quello del Pizzo Cengalo, in Svizzera. Nel 2017 una massa enorme di roccia si staccò dal versante est.

Il crollo coinvolse anche ghiaccio e detrito, si trasformò in una valanga di roccia e ghiaccio e poi in una colata detritica che raggiunse la valle di Bondo, portando via con sé otto escursionisti.

Fu una cascata di processi: una frana iniziale, il coinvolgimento del ghiaccio, la trasformazione del movimento, il trasporto verso valle. Non è solo colpa del caldo: c’erano fratture, geologia, ghiaccio, acqua e condizioni preesistenti. Le montagne sono sistemi complessi.

Vale la pena aggiungere che la stessa montagna, sull’altro versante, offre una grande classica su roccia superba, lo Spigolo Vinci in val Masino, una salita bellissima. Il Cengalo non è solo il suo lato fragile.

Il Fluchthorn

Una frana recente e imponente è quella del Fluchthorn, in Austria. Nel 2023 una parte importante della montagna è crollata, modificando perfino la quota della cima.

L’evento è stato studiato proprio in relazione al permafrost e al riscaldamento, ed è interessante perché mostra che il problema non riguarda solo le scariche superficiali: in certe condizioni la degradazione del permafrost può essere collegata anche a grandi instabilità.

Anche qui, però, niente semplificazioni. La montagna crolla quando una struttura già predisposta raggiunge una soglia critica. Il caldo può essere una parte della storia, non tutta la storia.

Che cosa significa per chi va in montagna

Tutto questo non significa che ogni parete sia destinata a crollare domani. Significa che alcune abitudini vanno ripensate.

  • In alta quota, soprattutto d’estate, le condizioni cambiano più rapidamente. Vie che un tempo erano classiche estive oggi possono essere migliori in primavera o in autunno.
  • Le pareti nord diventano canali di sassi o specchi di ghiaccio vivo.
  • I ghiacciai con crepacci più aperti rendono più complessi gli attraversamenti, quando non impossibile lo sbarco dal ghiacciaio alla parete.
  • Creste e pareti un tempo tenute insieme da neve e ghiaccio diventano più secche e instabili.

Da qui tre conseguenze pratiche per chi frequenta l’alpinismo classico e le vie di alta quota:

  1. Saper leggere la stagione. È una competenza tecnica quanto la progressione su ghiaccio: capire se una via è in condizione adesso, non se lo era in agosto vent’anni fa.
  2. Essere in orario. Oltre a partire presto servono allenamento e velocità sufficienti per non trovarsi nel posto sbagliato all’ora sbagliata, quando il sole ha già cominciato a lavorare.
  3. Informarsi sulle condizioni recenti. Non ragionare solo sulla difficoltà tecnica scritta in una relazione di trent’anni fa, perché la montagna è decisamente cambiata.

Allora, le montagne stanno crollando?

Nel rapporto fra uomo e montagna mi torna sempre in mente questa domanda: se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Ovvero, esistono le cose quando non sono osservate?

Le montagne sono sempre crollate, continuano a crollare e un giorno, quando l’umanità non esisterà più, finiranno tutte nel mare. Questi crolli ci appaiono importanti ed epocali perché li vediamo e li percepiamo tali.

Le montagne sono fatte per cambiare. La roccia è fratturata, il gelo e l’acqua lavorano da sempre, la gravità non smette mai di tirare verso il centro di massa.

Oggi però c’è un fattore in più, causato da noi. Il riscaldamento climatico sta modificando rapidamente il mondo dell’alta quota: permafrost, ghiacciai, neve e temperatura della roccia. Stiamo cambiando le condizioni di equilibrio di sistemi che erano già fragili, complessi e difficili da prevedere.

Le montagne cambiano, e oggi lo fanno più in fretta.

Domande frequenti

Le montagne stanno crollando più di prima?

Le montagne sono sempre crollate, perché sono sistemi già tagliati da fratture e in continua trasformazione. Il riscaldamento climatico però sta modificando rapidamente le condizioni dell’alta quota, quindi accelera processi già in corso e rende alcuni crolli più frequenti e più visibili.

Che cos’è il permafrost in montagna?

Il permafrost è materiale, cioè terreno, detrito o roccia, che rimane a temperatura uguale o inferiore a zero gradi per almeno due anni consecutivi. Non è un ghiacciaio e non è semplicemente ghiaccio: nelle Alpi si trova nei ghiaioni, nei versanti detritici e anche dentro le pareti rocciose, dove non è visibile dall’esterno.

Il ghiaccio nelle fratture rende la roccia più stabile?

Sì, il ghiaccio nelle fratture contribuisce a tenere insieme alcune parti della roccia, ma non va immaginato come cemento armato. Quando è molto freddo è rigido e resistente, mentre avvicinandosi a zero gradi diventa più deformabile e più sensibile all’acqua e alle pressioni. Per questo una parete inizia a perdere stabilità già quando il ghiaccio si scalda, non solo quando fonde.

Che differenza c’è fra crioclastismo e degrado del permafrost?

Il crioclastismo è la degradazione della roccia dovuta al ciclo di gelo e disgelo: l’acqua entra in una fessura, congela, aumenta di volume e allarga la frattura. Il degrado del permafrost è invece il riscaldamento o lo scongelamento di roccia che era rimasta sotto zero per anni. Sono due fenomeni diversi che possono però interagire sulla stessa parete.

Che cos’è lo zero termico?

Lo zero termico è la quota in atmosfera alla quale la temperatura dell’aria raggiunge zero gradi. Se lo zero termico è a 5.000 metri, sotto quella quota l’aria è generalmente sopra zero e sopra quella quota è sotto zero. Nella notte fra il 20 e il 21 agosto 2023 MeteoSwiss ha misurato il record svizzero di quota dello zero termico in libera atmosfera, circa 5.300 metri.

Quando conviene salire una via di alta quota oggi?

Dipende dalla via e dalla stagione in corso, non dalla stagione indicata nelle relazioni storiche. Diverse classiche un tempo estive oggi si trovano in condizioni migliori in primavera o in autunno. Prima di partire conviene informarsi sulle condizioni recenti, partire presto ed essere abbastanza allenati e veloci da non trovarsi nel posto sbagliato all’ora sbagliata.

Imparare a leggere la montagna con una guida alpina

In questo articolo abbiamo parlato molto di fessure e di linee di debolezza. Se vuoi imparare a usare le fessure non come un problema ma come una possibilità, per arrampicare e proteggerti meglio, organizziamo un corso di arrampicata in fessura.

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Chi ha scritto questo articolo
Carlo Alberto Montorsi è guida alpina maestro di alpinismo UIAGM, iscritta al collegio guide alpine dell’Emilia Romagna, e fa parte di White and Blue Mountain Guides. Racconta la montagna anche sul suo canale YouTube, con un video ogni due settimane.



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